Archive for the ‘literature’ Category

Assassinio in Via Belpoggio

Monday, June 9th, 2008

L’assassinio di Via Belpoggio, a short story by Italo Svevo. On this novel is born a book realized in 1999 as diploma work. I’m the author of the illustrations, while Luca Capelli had taken care of the layout. Here you can see the final version printed in ten copies in lito technique with japanese binding plus the preliminary sketches made with pen and ink.

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

L\'assassinio di Via Belpoggio di Italo Svevo

Carta stampata

Wednesday, April 9th, 2008

Il quotidiano La Provincia di Cremona pubblica un trafiletto dedicato a Bufanda, insieme a due mie fotografie. Anche se in formato francobollo è un vero piacere vederle sulla carta stampata.

La Provincia di Cremona

Fine

Tuesday, April 8th, 2008

Pur avendolo acquistato al midnight opening, in gennaio, l’ho lasciato decantare su una mensola fino a poche settimana fa. Lentamente, allungandone il piacere della lettura, sono arrivato alla fine. La saga è conclusa, J.K. Rowling non scriverà un’altra sillaba riguardo al maghetto più famoso del mondo e per la pletora di seguaci si parla già di sindrome da abbandono. Personalmente mi butterò su altre letture, per lenire il senso di vuoto che accompagna la chiusura di ogni libro. Vi consiglio questo.

Bufanda out now!

Tuesday, April 1st, 2008

Dopo la presentazione al midnight opening di Cremona ora è possibile acquistare la propria copia di Bufanda, basta scrivere alla redazione di Tapirulan o recarsi nelle librerie convenzionate. La mia illustrazione è a pagina 64, potete vederla in un vecchio post, mentre del racconto non vi anticipo nulla: sorpresa!

Bufanda

Il timbro del midnight opening

Inno

Bufanda

Sunday, March 30th, 2008

Alla mezzanotte del 29 marzo, in Piazza Stradivari a Cremona, è stata presentata Bufanda, la nuova antologia di racconti illustrati edita da Tapirulan. La prima immagine ritrae Andrea Burlini, autore del racconto che ho avuto l’onore d’illustrare. Qui la galleria fotografica dell’evento.

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F*CK

Friday, March 21st, 2008

fuck

Fuck, di cui tutti conoscono il significato, è uno dei termini inglesi più cliccati della rete. L’origine viene erroneamente attribuita all’acronimo Fornication Under the Consent of the King (F.U.C.K.) che nella Scozia di 600 anni fa, sotto forma di cartello, avrebbe campeggiato sul portone di casa delle coppie intente a procreare, previa approvazione del regnante. Tutto falso, l’origine della parola è un mix celtico, greco, germanico, anglo-sassone. Wikipedia.

Un nuovo inizio

Monday, March 10th, 2008

Acquistato al momento del lancio sul mercato italiano, alla mezzanotte del 5 Gennaio, ne ho iniziato la lettura solo ieri. Mi riferisco all’ultimo tomo della saga firmata J.K. Rowling: Harry Potter e i doni della morte. Ad un’ora esageratamente tarda, pervaso dalla stanchezza, sono riuscito a divorarne ben quattro capitoli e sarei andato avanti, se non fosse stato per la minaccia della sveglia l’indomani mattina.
L’ultimo episodio parte egregiamente, uniche note stonate sono la grafica della copertina sotto la sovracoperta e la carta leggermente troppo sottile che lascia intravedere il testo stampato sull’altro lato del foglio. Ma questi sono deliri da grafico.
Stasera faccio fuori qualche altro capitolo.

Tim Burton’s Sweeney Todd

Wednesday, February 27th, 2008

Nel nuovo film di Tim Burton, Johnny Depp è Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street. Sweeney, animato da folle vendetta, taglia gole in luogo della solita rasatura offerta dai barbieri londinesi e rivitalizza il commercio di pasticci di carne della signora Lovett (Helena Bonham Carter). In un gargantuesco tripudio di sangue, Sweeney brama la gola di chi lo privò di libertà, moglie e figlia.

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Sweeney Todd, il racconto originale, risale addirittura al 1847. Negli ultimi 140 anni ha subito diverse riscritture, fino alla versione degli anni ‘70, tradotta in musical da Stephen Sondheim e poi in film da Burton. Molti registi si sono cimentati con questa produzione, senza mai arrivare alla distribuzione della pellicola. Tim Burton, invece, è riuscito nell’intento: brillantemente!

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Nel 1979, il musical Sweeney Todd: the demon barber of Fleet Street, riceve ben cinque Tony Awards. Nel cast originale anche Angela Lansbury (alis la Signora in giallo). Eccola cantare The worst pies in London con tanto di parrucca rossa.

Cry me a river

Wednesday, February 27th, 2008

“Now you say you’re lonely, you cry the long night through”

Sono costretto ad abbandonare il microclima ideale, ammantato di musica e caldo umido. Siedo al posto di guida dell’utilitaria due volumi comprata a rate. Reduce da un’ora di tangenziale, eccomi finalmente parcheggiato di fronte a casa. Le suadenti parole di Diana Krall agiscono sui nervi, tesi oltre lo spasimo. Le ventole dell’impianto di aerazione vorticano sommesse. Resistenze percorse da corrente elettrica spandono nell’abitacolo un lieve tepore artificiale. In un epifanico istante sento che è il momento di fermare il motore. La mente vaga dal surriscaldamento globale, al prezzo della benzina, fino alle sofferenze di guerre combattute in nome di San Petrolio. Lascio che “Cry me a river” giunga alla naturale conclusione, un’orgiastica vibrazione di strumenti a corde accompagnati da tom spazzolati, quindi impugno la chiave inserita nel blocco di accensione. Una rotazione del polso le è fatale. L’auto perde vita in un tremito, rivelandosi per ciò che è: un mucchio di lamiere, plastiche e sedili puzzolenti, tana di chissà quali minuscoli parassiti visti in tv.
Ciò che resta sono il mio respiro e la pioggia che tamburella sul tettuccio. Mentre impugno la ventiquattrore, con un occhiata cerco l’ombrello. Lo scorgo abbandonato sotto uno dei sedili anteriori, mimetizzato tra confezioni vuote di BigMac e patatine fritte. Si tratta a prima vista di un ombrello economico, di quelli retrattili a scatto, forse inutilizzato da mesi e comprato chissà dove. Lo agguanto, tiro la maniglia della portiera e sono fuori.

“Well, you can cry me a river, cry me a river”

Ho la conferma circa il tipo di ombrello che brandisco nel momento in cui, alla pressione del pulsante di apertura, la metà superiore schizza via, rovinando in una pozzanghera poco distante. Resto immobile in contemplazione. Un braccio disteso lungo il fianco regge la valigetta, l’altro ha il gomito piegato, un parafulmine di metallo ne è la sua innaturale continuazione. Non posso fare altro che gocciolare, frustato dalla pioggia diagonale sempre più grossa e fitta. Spinto da un brivido lascio cadere ciò che rimane dell’ombrello precipitandomi verso il portone di casa. Una lieve strombatura nella facciata del palazzo mi offre riparo. Mentre appiattito come un topo rovisto nelle tasche del soprabito, ringrazio mentalmente tutto l’ordine degli architetti. La nebbia, il buio, questa maledetta pianura padana e il silenzio assoluto. Non lo sferragliare di un treno o il transitare di auto. Ululati e grida di scimmie sarebbero la perfetta cornice di questo scorcio di giungla metropolitana. Trovate! Estraggo le chiavi da una delle tasche del cappotto con tanta irruenza da farle volteggiare per aria. Cerco nel mazzo: cantina, garage, lavanderia, ascensore, portone! Le falangi di indice e pollice brandiscono un fioretto scoccato feralmente nella serratura Yale. Sono all’asciutto, o meglio, sono bagnato fradicio.

“I cried a river over you”

Mestamente salgo le scale tracciando una lunga impronta umida degna del mostro della laguna nera. Piano ammezzato, piano primo, secondo. Al terzo il fiato è già cortissimo. Ora ricordo dove sono finiti i contenuti di quegli incarti MacDonald’s. Un minuto di sosta per ossigenare i polmoni. La lingua esce e rientra dalla bocca come una murena infuriata. Maledette scale ripide e stramaledetta amministrazione! Mi avrete sulla coscienza, tutti voi e i vostri palazzi tanto belli da impedire che un ascensore ne corrompa la brunelleschiana perfezione. Ho una sola parola, ma non abbastanza fiato per scandirla. Così riprendo ad arrampicarmi, gradino dopo gradino.
Piano quarto, finalmente. Adagio la borsa sul pavimento tenendola tra le gambe piegate a formare una X. Se la vicina osservasse dallo spioncino scorgerebbe la sfortunata vittima di un gavettone fuori stagione. Spulciando l’anello delle chiavi ne individuo una dal profilo particolarmente frastagliato. Avvicino lo strumento metallico alla porta e ne infilo l’estremità acuminata nella toppa. Facendo perno con il palmo, ruoto con violenza quattro volte in senso orario. La serratura emette un clanck metallico rivelando i fori dei chiavistelli. Lascio indietro la borsa e avanzo. Con la mano sinistra spingo la porta per poi fermarne la corsa, mentre con la destra estraggo la chiave dalla serratura. Torno sull’ammezzato per recuperare la ventiquattrore. Quando anche lei si trova in salvo oltre la soglia dell’appartamento, lo stesso secco clanck di prima riecheggia nel condominio.
Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia. Ma poi, cosa sarà mai questa badia? Si tratta forse del paese in provincia di Bolzano, o è sinonimo di abbazia? Una serie infinita di punti grondano da questi interrogativi. Immobile contemplo il silenzio, in attesa che le pupille si abituino al buio. La mano sinistra fruga la parete. La caccia è fruttuosa, ecco l’interruttore. Chiudo il circuito così che la lampada produca un cono ramato a illuminare l’ingresso e parte della zona giorno.
L’appartamento è poco arredato e deprimente. Non ci sono moglie o figli ad attendere il ritorno del marito o l’adorato papà. Al rientro da una giornata di lavoro niente baci e urletti fanciulleschi, ma silenzio e buio. Alcune volte capita che percepisca un deridente “zei zolooo … z-z-zzz…” provenire dal motorino del frigorifero. E’uno di questi momenti. Poi lo vedo, al limitare della zona illuminata. E’ lì davanti a me, l’amico di una vita. Immobile, eppure pronto ad esternare l’amore serbato.

“Now you say you love me, well, just to prove that you do”

Cappotto e pantaloni hanno triplicato il loro peso. Sollevo di qualche centimetro le suole, tacco e punta, abbastanza da udire il calpestio della pozzanghera che mi fa da ombra. Sbottono l’umido straccio in tweed per impiccarne il collo all’appendiabiti. Lì accanto, a ridosso della parete, abbandono la ventiquattrore. Tolgo scarpe e calzini fradici. Le piante dei piedi assaggiano il gres liberando una sensazione di pelle d’oca che risale fino alle cosce. Sto arrivando amico mio.
Mi faccio avanti mentre ci scrutiamo l’un l’altro. Ogni fatidico giorno, pur abbandonandolo alla più nera solitudine, al mio ritorno lo trovo sempre lì adorante, in attesa di me. Lo osservo da circa un metro. Noto riflessi cangianti balenare nella penombra. Zampe modellate come quelle di un leone stiloforo e arti ben torniti per reggerne la taglia non indifferente. Lo riconoscerei tra mille. Quante esperienze condivise e momenti felici vissuti insieme.

“Come on and cry me a river, cry me a river”

Ci fronteggiamo, a poche decine di centimetri. Svetto dal mio metro e ottanta proiettando su di lui una sagoma scura. Porto l’equilibrio sui talloni, poi ruoto di centottanta gradi arrivando a dargli le spalle, quindi le umide terga. Mi lascio andare di schiena, in caduta libera. Il soffitto si allontana in progressiva accelerazione, è come un’anestesia. BAM! Finalmente sprofondo nel mio divano.
Dov’è il telecomando?

“I cried a river over you”

Fabio Iaschi

Inno

Tuesday, February 26th, 2008

Completata l’illustrazione per uno dei racconti della nuova antologia Tapirulan. La pubblicazione è prevista per fine Marzo, il titolo della raccolta resta avvolto dal mistero.
Grazie di cuore al Facco per avere accettato di farmi da modello e ad Andrea Burlini, autore del racconto.

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