“Now you say you’re lonely, you cry the long night through”
Sono costretto ad abbandonare il microclima ideale, ammantato di musica e caldo umido. Siedo al posto di guida dell’utilitaria due volumi comprata a rate. Reduce da un’ora di tangenziale, eccomi finalmente parcheggiato di fronte a casa. Le suadenti parole di Diana Krall agiscono sui nervi, tesi oltre lo spasimo. Le ventole dell’impianto di aerazione vorticano sommesse. Resistenze percorse da corrente elettrica spandono nell’abitacolo un lieve tepore artificiale. In un epifanico istante sento che è il momento di fermare il motore. La mente vaga dal surriscaldamento globale, al prezzo della benzina, fino alle sofferenze di guerre combattute in nome di San Petrolio. Lascio che “Cry me a river” giunga alla naturale conclusione, un’orgiastica vibrazione di strumenti a corde accompagnati da tom spazzolati, quindi impugno la chiave inserita nel blocco di accensione. Una rotazione del polso le è fatale. L’auto perde vita in un tremito, rivelandosi per ciò che è: un mucchio di lamiere, plastiche e sedili puzzolenti, tana di chissà quali minuscoli parassiti visti in tv.
Ciò che resta sono il mio respiro e la pioggia che tamburella sul tettuccio. Mentre impugno la ventiquattrore, con un occhiata cerco l’ombrello. Lo scorgo abbandonato sotto uno dei sedili anteriori, mimetizzato tra confezioni vuote di BigMac e patatine fritte. Si tratta a prima vista di un ombrello economico, di quelli retrattili a scatto, forse inutilizzato da mesi e comprato chissà dove. Lo agguanto, tiro la maniglia della portiera e sono fuori.
“Well, you can cry me a river, cry me a river”
Ho la conferma circa il tipo di ombrello che brandisco nel momento in cui, alla pressione del pulsante di apertura, la metà superiore schizza via, rovinando in una pozzanghera poco distante. Resto immobile in contemplazione. Un braccio disteso lungo il fianco regge la valigetta, l’altro ha il gomito piegato, un parafulmine di metallo ne è la sua innaturale continuazione. Non posso fare altro che gocciolare, frustato dalla pioggia diagonale sempre più grossa e fitta. Spinto da un brivido lascio cadere ciò che rimane dell’ombrello precipitandomi verso il portone di casa. Una lieve strombatura nella facciata del palazzo mi offre riparo. Mentre appiattito come un topo rovisto nelle tasche del soprabito, ringrazio mentalmente tutto l’ordine degli architetti. La nebbia, il buio, questa maledetta pianura padana e il silenzio assoluto. Non lo sferragliare di un treno o il transitare di auto. Ululati e grida di scimmie sarebbero la perfetta cornice di questo scorcio di giungla metropolitana. Trovate! Estraggo le chiavi da una delle tasche del cappotto con tanta irruenza da farle volteggiare per aria. Cerco nel mazzo: cantina, garage, lavanderia, ascensore, portone! Le falangi di indice e pollice brandiscono un fioretto scoccato feralmente nella serratura Yale. Sono all’asciutto, o meglio, sono bagnato fradicio.
“I cried a river over you”
Mestamente salgo le scale tracciando una lunga impronta umida degna del mostro della laguna nera. Piano ammezzato, piano primo, secondo. Al terzo il fiato è già cortissimo. Ora ricordo dove sono finiti i contenuti di quegli incarti MacDonald’s. Un minuto di sosta per ossigenare i polmoni. La lingua esce e rientra dalla bocca come una murena infuriata. Maledette scale ripide e stramaledetta amministrazione! Mi avrete sulla coscienza, tutti voi e i vostri palazzi tanto belli da impedire che un ascensore ne corrompa la brunelleschiana perfezione. Ho una sola parola, ma non abbastanza fiato per scandirla. Così riprendo ad arrampicarmi, gradino dopo gradino.
Piano quarto, finalmente. Adagio la borsa sul pavimento tenendola tra le gambe piegate a formare una X. Se la vicina osservasse dallo spioncino scorgerebbe la sfortunata vittima di un gavettone fuori stagione. Spulciando l’anello delle chiavi ne individuo una dal profilo particolarmente frastagliato. Avvicino lo strumento metallico alla porta e ne infilo l’estremità acuminata nella toppa. Facendo perno con il palmo, ruoto con violenza quattro volte in senso orario. La serratura emette un clanck metallico rivelando i fori dei chiavistelli. Lascio indietro la borsa e avanzo. Con la mano sinistra spingo la porta per poi fermarne la corsa, mentre con la destra estraggo la chiave dalla serratura. Torno sull’ammezzato per recuperare la ventiquattrore. Quando anche lei si trova in salvo oltre la soglia dell’appartamento, lo stesso secco clanck di prima riecheggia nel condominio.
Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia. Ma poi, cosa sarà mai questa badia? Si tratta forse del paese in provincia di Bolzano, o è sinonimo di abbazia? Una serie infinita di punti grondano da questi interrogativi. Immobile contemplo il silenzio, in attesa che le pupille si abituino al buio. La mano sinistra fruga la parete. La caccia è fruttuosa, ecco l’interruttore. Chiudo il circuito così che la lampada produca un cono ramato a illuminare l’ingresso e parte della zona giorno.
L’appartamento è poco arredato e deprimente. Non ci sono moglie o figli ad attendere il ritorno del marito o l’adorato papà. Al rientro da una giornata di lavoro niente baci e urletti fanciulleschi, ma silenzio e buio. Alcune volte capita che percepisca un deridente “zei zolooo … z-z-zzz…” provenire dal motorino del frigorifero. E’uno di questi momenti. Poi lo vedo, al limitare della zona illuminata. E’ lì davanti a me, l’amico di una vita. Immobile, eppure pronto ad esternare l’amore serbato.
“Now you say you love me, well, just to prove that you do”
Cappotto e pantaloni hanno triplicato il loro peso. Sollevo di qualche centimetro le suole, tacco e punta, abbastanza da udire il calpestio della pozzanghera che mi fa da ombra. Sbottono l’umido straccio in tweed per impiccarne il collo all’appendiabiti. Lì accanto, a ridosso della parete, abbandono la ventiquattrore. Tolgo scarpe e calzini fradici. Le piante dei piedi assaggiano il gres liberando una sensazione di pelle d’oca che risale fino alle cosce. Sto arrivando amico mio.
Mi faccio avanti mentre ci scrutiamo l’un l’altro. Ogni fatidico giorno, pur abbandonandolo alla più nera solitudine, al mio ritorno lo trovo sempre lì adorante, in attesa di me. Lo osservo da circa un metro. Noto riflessi cangianti balenare nella penombra. Zampe modellate come quelle di un leone stiloforo e arti ben torniti per reggerne la taglia non indifferente. Lo riconoscerei tra mille. Quante esperienze condivise e momenti felici vissuti insieme.
“Come on and cry me a river, cry me a river”
Ci fronteggiamo, a poche decine di centimetri. Svetto dal mio metro e ottanta proiettando su di lui una sagoma scura. Porto l’equilibrio sui talloni, poi ruoto di centottanta gradi arrivando a dargli le spalle, quindi le umide terga. Mi lascio andare di schiena, in caduta libera. Il soffitto si allontana in progressiva accelerazione, è come un’anestesia. BAM! Finalmente sprofondo nel mio divano.
Dov’è il telecomando?
“I cried a river over you”
Fabio Iaschi